Vera Gheno, "Grammamanti" (Einaudi 2024)
"Grammamanti" di Vera Gheno usa il neologismo del titolo nel senso di amanti della lingua, non per evocare la magia della grammatica, come mostra bene anche l'immagine di copertina di quel grande fumettista di Lorenzo Mattotti (la raffinatezza sta in un abbraccio che è sia fusionale, quasi amplesso, sia di garbata indifferenza, vicinanza e distanza a un tempo).
Tuttavia a divenire un gramma-amante si diviene anche indubbiamente un grammamante, un mago, in piccolo, nell'uso della parola. Come ricorda Alan Moore, "to spell" indica sia fare lo spelling, la scansione di una parola in lettere, in inglese, sia lanciare un incantesimo (che si opera pronunciando appunto con chiara e netta intenzione una parola magica, ovvero ogni parola nel contesto esatto). In fondo, se ogni libro è un'opera magica (il fondamento della Bibliomanzia, concetto più ampio certo di Moore ma da lui recuperato in Neonomicon) allora il fondamento è la grammamanzia. Grammatica, Dialettica e Retorica sono il fondamento del Trivium, la Triplice Via della conoscenza delle Arti Liberali.
Ho scritto della conferenza con cui Gheno ha presentato questo volume a Mondovì e rimando quindi alla scansione dell'articolo per molti punti. Ovviamente è sintetico per le due ore intense di Talk, e ancora più per le 123 pagine del libro, agile ma denso.
Particolarmente valido ho trovato l'ennealogo finale, 9 principi dei grammamanti, che prescrive varietà linguistica (pescando dal "basso" e dall'alto, saggi e romanzi ma anche parlato e serie tv), la conoscenza e interazione di altre lingue, da integrare anche col viaggio presso altri popoli, e in generale la curiosità linguistica, cercando le parole col vocabolario per arricchire il proprio arsenale linguistico. Bisogna poi usare questa ricchezza per variare la produzione a seconda dei contesti, imparare a chiedere per arricchirsi, ad altre persone, a Google; ascoltare altre lingue, anche non note, magari tramite la musica, o film con sottotitoli. Anche l'apprendimento a memoria, magari di una poesia, o una citazione, è un fatto arricchente. Otto trucchi del mestiere nell'ottica che l'amore per la lingua, come ogni amore, non è facile e immediato ma va coltivato con cura.
Interessanti anche le indicazioni di Gheno come docente universitaria; la cosa curiosa è che il suo atteggiamento - e lo dico in positivo, sia chiaro - è che appare non dissimile da quello di un buon docente di discipline umanistiche alle superiori, specie (come me) non liceali. Di base, un sano relativismo culturale, che porta a non ritenere la propria visione l'unica possibile e a mostrare curiosità verso gli interessi dei discenti e verso il loro tessuto culturale. Certo, è proprio della prospettiva della sociolinguistica, disciplina in cui Gheno opera; ma è un atteggiamento che è utile passi nella didattica futura (anche se temo che Gheno non sarà convocata a breve ad occuparsi di linee-guida, per usare un eufemismo).
Brillanti tutte le citazioni, non solo azzeccate ma pregnanti, tra cui il ricondurre il grammamare a Dante, che nel Convivio legittima il volgare in quanto "fu congiungitore de li miei genitori" "come il fuoco è disponitore del ferro al fabbro che fa lo coltello". Metafora potentissima, come spesso in Dante (e ovviamente più guerresca) che spiega l'idea del poeta come fabbro che da Dante trae potente legittimazione (con Arnaut Daniel "miglior fabbro del parlar materno"), fabbro che genera uno strumento, e spesso un'arma potente, sciogliendo il ferro grezzo tramite il fuoco della lingua.





Commenti
Posta un commento