Pierre Benoit, "L'Atlantide" (Sonzogno 1920)
Ritrovamenti sui mercatini.
Il mercatino di Mondovì non è il più ricco per i ritrovamenti librari, anzi, ma un giro lo faccio sempre e questa volte, a 2 euro, ho ritrovato una piccola curiosità, sia pure in condizioni di conservazione mediocri. Si tratta di una copia de "L'Atlantide" di Pierre Benoit, opera uscita su rivista a fine 1918, in volume nel 1919, film nel 1921, prima pubblicazione italiana del 1920, per Sonzogno, con la traduzione di Dario Albani.
Un best-seller fantastico-fantascientifico di allora, con quasi due milioni di copie francesi vendute, su un ufficiale che scopre nel Sahara i resti di Atlantide, di cui i Tuareg sono gli ultimi eredi. L'enorme successo del romanzo fu attribuito alla volontà di dimenticare la Prima Guerra Mondiale appena conclusa (dato il numero alto di copie, non ha di fatto alcun valore)
L'opera si apre con una premessa del tenente Ferriere che garantisce che il volume che pubblica, nel 1903, è autentico.
Sei anni prima della storia, che si svolge nel 1903, due ufficiali francesi, il tenente André de Saint-Avit e il capitano Morhange, in una spedizione geografica, sono prigionieri nella città di Hoggar, governata dalla misteriosa regina Antinea, che si proclama discendente di Nettuno e dei re di Atlantide.
Antinea, crudele e perversa, ha fatto costruire una cantina con 120 nicchie all'interno delle sue mura, una per ciascuno dei suoi amanti posseduti e poi uccisi, come una mantide religiosa. 53 nicchie sono già state riempite, e quando le 120 saranno riempite, Antinea siederà eternamente in trono, gli amanti uccisi tramutati in statue d'orichalchum, il materiale atlantideo secondo il Timeo di Platone. La sua crudeltà ha valenza femminista, nel vendicare tutte le fanciulle sedotte e abbandonate da un conquistatore, dall'antichità greca in poi, ma anche anticolonialista. Antinea riprende l'ancestrale mito Tuareg di Tin Hinan (quasi anagrammato in Antinea).
Saint-Avit cede affascinato alla donna, assassinando per lei il compagno. Subito dopo Saint-Avit, sconvolto di quanto ha fatto, cerca di assassinare vanamente Antinea, sprezzante e soddisfatta: viene incarcerato e poi fugge poi sua prigionia, raccontando poi a Ferreres la sua storia.
Curiosamente, poco prima del finale, vi è tutto un capitolo intitolato alle Vergini delle Rocce di D'Annunzio, dove il protagonista legge il testo in uno stato di concitazione (ha appena ucciso il suo amico per la donna demoniaca che l'ha stregato) e decide infine di assassinarla. Il libro non lo palesa perché rende abbastanza bene la farneticazione "alla Poe" dell'uomo ordinario portato alla follia, ma in trasparenza appare quasi che Sant-Avit divenga consapevole di essere ridotto lui nello stato ancillare che le Vergini hanno per l'eroe dannunziano. Da qui la sua ribellione di ufficialetto-wannabe superuomo.
Benoit aveva vissuto a lungo in Algeria, dal 1892 al 1907, e sostiene che la storia di partenza è un episodio vero che l'aveva colpito, il ritorno di un ufficiale farneticante di due scomparsi (anche nell'opera, possiamo pensare, a differenza del narratore Ferrares che vi crede, che tutto è un delirio di Sant'Avit).
Dal 1932 al 1933 Pabst, grande regista tedesco dell'epoca, dedicò tre film all'opera, in inglese, tedesco e francese.
Ci fu anche una ipotesi di "plagio" rispetto a "La donna eterna" di Haggard, pubblicato sul The Graphic nel 1886, che inaugurava questo tema del Mondo Perduto del matriarcato.
La trama dell'opera venne ripresa anche in un Ercole dei peplum italiani, e in Toto lo Sceiccò, in chiave umoristica. Ma del resto il ritrovamento di un luogo misterioso dominato da una regina spietata e lussuriosa è divenuto un topos ricorrente della fantascienza, sogno e incubo dello spettatore nerd.


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