Burzio e il Demiurgo (1943)



Ritrovamenti sui mercatini.
Questo volume del 1943 sul Demiurgo e la Crisi Occidentale mi ha colpito per il rimando gnostico. Il Demiurgo è qui una sorta di atteso salvatore. Autore il giornalista torinese Filippo Burzio (1891-1948), ingegnere meccanico, esperto di balistica che insegnò all'accademia militare, di una tradizione liberale che ritrova nell'illuminismo le radici del pensiero di Cavour e Giolitti, cui si rifaceva. Dal 10 agosto all'8 settembre 1943, quando questo libro ha visto la luce, era il direttore della Stampa, da cui poi dovette dimettersi per antifascismo, per cui fu condannato a morte da Salò. Sopravvissuto, tornò a dirigere la nuova "Stampa" postbellica fino alla morte nel 1948. Il tema del Demiurgo, centrale nella sua saggistica, è ambiguo: qui  - cautamente, in quegli anni incerti - evoca un superamento del fascismo, ma nel 1923, primo volume sulla "Politica Demiurgica", è difficile non collegare questo pacificatore a M., magari per esortarlo a una moderazione (nuovo saggio demiurgico esce anche nel 1929). Postumo uscirà "Dal Superuomo al Demiurgo" (1952). Burzio è una penna politica brillante, ma forse non aveva la stessa cultura esoterica, poiché il Demiurgo e i suoi Arconti, nel mito gnostico, sono una forza negativa, Matrix e i suoi Agenti che imprigionano l'uomo in una illusione, come invece interpretano rettamente le Wachowski. A meno che la cosa non abbia una voluta ambiguità intenzionale.


 

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