Elogio di Pio VII (1823)
Questo Elogio di Pio VII di Gioacchino Ventura (1792-1861) venne stampato come panegirico funebre nel 1823, alla morte del Pontefice; io ne ho la quarta edizione, dell'anno seguente. Il mio interesse si lega, ovviamente, all'essere Pio VII uno dei pontefici legati a Mondovì, anche se marginalmente: egli infatti, prigioniero di Napoleone e da questi condotto in esilio da Roma, fece tappa anche a Mondovì dove salutò la folla dalla San Pietro locale, dove una lapide ancora ricorda l'ammissione dei fedeli al bacio del piede.
Gioacchino Ventura era gesuita, ma dopo la soppressione dell'ordine in Sicilia nel 1817 passò ai teatini, di cui divenne direttore generale, e predicatore insigne, con riconoscimenti accademici, apprezzato anche a Parigi. La sua eloquenza è antiquata e verbosa, ma efficiente sul suo pubblico.
Con l'elezione di Pio IX si pose alla guida dei fautori della rivoluzione italiana, approvando le sollevazioni e le repubbliche nel Sud nel 1848 e perfino la Repubblica Romana; ma dopo il fallimento nel 1849 si rifugiò a Parigi dove morì nel 1861, l'anno in cui l'Unità si compiva ma lui, anziano, non poteva vederne alcun frutto.
La prosa è gonfia, ancora secentesca, ma sfrondata dal peso enorme dell'enfasi inutile si coglie un ragionamento non vuoto. Egli (non lo dice ovviamente in modo così diretto), dopo aver premesso che il cristianesimo è stata la "grande rivoluzione" della storia (termine "pericoloso", forse...) dice che Pio VII ne ha ampliata la gloria e lui lo dimostrerà contro chi invece lo vede (ragionevolmente, in realtà) un papato di decadenza almeno temporanea.
La persecuzione è tipica del cristianesimo; quella del '700 è stata la più grave; Pio VII ha fatto superare la tempesta alla barca della chiesa di cui è "Pastor et Nauta" e quindi è il più grande, sotto questo profilo.
Il '700 è il peggio, perché non si limita ai massacri, ma vuole cancellare Dio dall'Universo e rovesciare ogni principio (perfino i pagani invece credevano almeno in un principio divino). Le "carte costituzionali" sono l'espressione di questa arroganza dell'uomo, ma il titolo è esatto, sono solo "carta" (per paradosso, concorderà Calamandrei, dicendo che, senza la nostra "fede" in essa, la Costituzione "è un pezzo di carta". "Le società non si governan con l'inchiostro" sostiene l'autore.
Pio VII sembra non opporsi a questo attacco: ma perché è il papa santamente perfetto con la sua dolcezza, la sua mitezza, che lo spinge a reggere, piegandosi flessibilmente, l'assalto che avrebbe spezzato la chiesa con un pastore rigido, in questa fase. E con questa mitezza ricondusse la Francia, che può condizionare il mondo materialmente e spiritualmente, alla Fede, sia pur accettando trattative estenuanti con Napoleone e soci.
Ma almeno cancella l'orrore della Dea Ragione, istituito il 10 novembre 1793. Egli parla addirittura di "prostitute poste nude sopra gli altari", incensate e adorate come dee ragione. Questo è l'orrore: invece, quando Robespierre pone il culto dell'Essere Supremo (che per noi ha valore razionalista) egli sostiene che, sia pure nel ridicolo deismo, annulla "sei mesi di ateismo" (assenza di Dio, in favore della Dea). Gli preme mostrare la brevità dell'assenza di culto, evidentemente.
Egli insiste sul rischio corso che, se il mancato culto fosse continuato, "Il regno di Dio sarebbe stato tolto all'Europa": ovvero, il fulcro del cristianesimo sarebbe sopravvissuto altrove, prosperando al posto dell'Europa. Ma per fortuna Pio VII, con dolcezza, lo restaura, e riporta la nazione sotto una Paternità Sociale (la sua, ma anche quella di Napoleone, visto come sovrano comunque preferibile a Robespierre, in quanto ritorna a essere di tipo regale e riavviare comunque una alleanza trono-altare). Senza il cristianesimo, dice l'autore, le nazioni cadono nel despotismo, o peggio nella democrazia.
Egli affronta poi un altro tema centrale: perché la monarchia è caduta, se era innocente? Innocente personalmente, ma dopo l'orrore satanico della Francia, qualcuno doveva espiare. E il sacrificio chiesto da Dio può essere solo di un innocente, un innocente di alto valore come un sovrano. Luigi XVI, e ancor più la sorella Elisabetta di Borbone, "principessa angelica" per l'autore, di cui nel 1824 si iniziò la causa di beatificazione, poi interrotta (nel mutevole scenario non serviva più).
L'uccisione del "figliuol di San Luigi" è il più grande delitto dopo il Deicidio. Un "sangue puro" bagna il patibolo per salvare la Francia, echeggiando (credo non a caso) "un sang impur abroeuve nos sillons", "che un sangue impuro bagni i nostri solchi". In effetti, la Marsigliese è di enorme efficacia ma simbolicamente contrintuitiva: il sangue infetto del nemico va cancellato ma non è il fondamento dello stato, anzi, il patto "blut und boden" è con quello dei caduti difensori della Patria.
Anche la chiesa ha avuto le sue colpe e ha pagato l'innocente Pio VI, trascinato fuori da Roma nel 1797, morto nel 1799 a Siena, sepolto fuori Roma come "«Cittadino Giannangelo Braschi - in arte Papa"
Napoleone costituisce inoltre parte del piano di restaurazione divino: egli poteva essere Imperator, capo dell'esercito, e restituire il trono ai Borbone, ma non volle essere strumento di Dio. Egli è però trattato con rispetto perché restaura una parte del dominio cristiano: l'accordo tra lui e il papa è "Tra l'Agnello e il Leone", come nella profezia apocalittica "giacciono insieme".
La dolcezza di Pio VII appiana anche i rapporti con gli inglesi, che cessano di bruciare il ritratto del papa in un rito annuale (vero o presunto?). Egli si proclama "padre di tutti i cristiani", anche di quelli che errano (in questo, anticipa, pur strumentalmente, un certo ecumenismo) e favorisce così la lega antifrancese.
L'immagine di Napoleone come strumento inconsapevole della Provvidenza divina guarda ovviamente a Manzoni e al 5 Maggio 1821, che l'autore probabilmente conosceva (l'opera fu da subito molto celebre). I temi sono in parte simili, solo Manzoni è dubitativo dove qui si è assertivi. Si propone anche qui un Napoleone Doppio, distruttore e difensore della fede. Egli è l'uomo che ha scritto in fronte "Mistero" dell'Apocalisse. Quando egli sceglie definitivamente il Lato Oscuro e rapisce il Pontefice, segna il suo destino e la sua caduta.
Napoleone sparisce a Sant'Elena (isola che, aggiungo io, prende il nome dalla madre di Costantino, scopritrice della croce e vero avvio dell'Impero Cristiano) mentre invece Pio VII trionfa nella Restaurazione che si compie sotto i suoi auspici.
L'anno dopo la sua morte, l'Anno Santo 1825 celebrò i ritornati fasti della chiesa: ma fu l'unico dell'800 (saltato il 1800, il 1850 per i moti e il 1875 per la caduta dello stato) sotto Leone XII. Pio VIII (1829-1830) morì dopo solo un anno, con sospetti di avvelenamento per il suo aver cercato di bloccare il nepotismo e il potere dello spionaggio pontificio.
Nella sezione del cadavere del Pontefice che seguì ieri sera per quanto si dice, furono trovate le viscere sanissime e solo si è rinvenuta qualche debolezza nel polmone, altri dicono qualche sfiancamento nel cuore; resterebbe perciò a sapersi di qual male sia morto
Gregorio XVI (1831-1846) non costruì la ferrovia nello Stato Pontificio, dopo uno studio, contribuendo al suo declino (gli si attribuisce falsamente il detto "chemin de fer, chemin d'enfer").
Con Pio IX (1847-1878), infine, si avvierà la caduta definitiva.
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